Un Polesine che invecchia: il dato peggiore della regione
La provincia di Rovigo perde terreno nella fascia d’età strategica per lavoro e innovazione. In base all’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati Istat, tra il 2015 e il 2025 il numero dei residenti tra 15 e 34 anni è sceso da 44.552 a 40.234, con una contrazione di 4.318 persone, pari al -9,7%. È il peggior risultato tra le province del Veneto, che nello stesso periodo registra invece un incremento complessivo di 13.370 giovani (+1,4%).
Rovigo in controtendenza rispetto al Veneto
Il quadro regionale è variegato ma, salvo rare eccezioni, positivo. Il Polesine si conferma un’anomalia negativa, mentre altre aree crescono:
| Territorio | Variazione giovani 15-34 |
|---|---|
| Rovigo | -4.318 (-9,7%) |
| Veneto (totale) | +13.370 (+1,4%) |
| Treviso | +5.043 |
| Venezia | +3.873 |
| Padova | +3.569 |
| Verona | +3.189 |
| Vicenza | +2.086 |
| Belluno | -72 (-0,2%) |
Il confronto mette in luce un divario strutturale: mentre gran parte del Veneto attrae o trattiene giovani, il Polesine fa fatica a invertire la rotta. Il dato provinciale è in controtendenza anche rispetto al trend nazionale dell’ultimo decennio, che pur segnando una diminuzione degli under 35 pari a -547 mila unità (-4,3%), non raggiunge la profondità della flessione rodigina.
Imprese e ricambio generazionale sotto pressione
La dinamica demografica non è un esercizio statistico: ha ricadute immediate su economia e servizi. Secondo la Cgia, entro il 2029 in Veneto oltre 291 mila lavoratori lasceranno il lavoro per pensionamento; tra questi, 164.600 sono dipendenti del settore privato. In assenza di una base giovanile adeguata, la sostituzione di competenze rischia di diventare più difficile anche in provincia di Rovigo, dove molte imprese già segnalano criticità nel reperimento di profili qualificati.
Nei centri minori del Polesine, la contrazione della popolazione tra i 15 e i 34 anni può inoltre accelerare spopolamento e fragilità dei servizi locali, con effetti a catena su scuole, trasporti, offerta culturale e, in prospettiva, sul mercato immobiliare. Il tema del ricambio generazionale nelle professioni e nelle attività artigiane rischia di diventare un nodo strutturale.
Un quadro da leggere con le lenti del lavoro
Il focus della Cgia – la domanda “chi lavorerà in Veneto nel 2030?” – richiama l’urgenza di politiche mirate a collegare formazione e fabbisogni produttivi. Per il Rovigino, questo significa intervenire su più fronti: rendere attrattivo il territorio per i giovani che studiano o lavorano fuori, valorizzare i percorsi tecnici e professionalizzanti, facilitare l’inserimento lavorativo nelle filiere locali e migliorare i collegamenti con i poli universitari e occupazionali regionali.
- Domanda di lavoro in aumento per il turnover da pensionamento.
- Bacino giovanile in riduzione: -9,7% in dieci anni a Rovigo.
- Rischio mismatch tra competenze richieste e profili disponibili.
Conseguenze territoriali: città e piccoli comuni
La perdita di giovani non impatta solo i distretti produttivi: incide sulla vitalità sociale di quartieri e frazioni, sul rinnovo delle associazioni e sulla tenuta dei servizi di prossimità. In molti Comuni del Polesine, già esposti a dinamiche di calo demografico, la riduzione della componente under 35 può portare a una minore domanda per alcuni servizi e, allo stesso tempo, a una crescente necessità di assistenza per le fasce anziane.
I numeri come bussola per le scelte locali
I dati offerti dalla Cgia di Mestre, elaborati su base Istat, forniscono una base solida per programmare interventi di medio periodo. Il confronto con il resto del Veneto – dove province come Treviso, Venezia e Padova segnano aumenti significativi della popolazione giovanile – suggerisce che politiche territoriali mirate e un ambiente favorevole all’attrazione di competenze possono fare la differenza.
Per la provincia di Rovigo, che oggi si trova a fronteggiare il dato più critico della regione, la sfida è duplice: trattenere chi è già qui e richiamare chi potrebbe portare nuove energie. Le imprese, le istituzioni scolastiche e gli enti locali sono chiamati a un lavoro coordinato per trasformare un segnale d’allarme in un’occasione di riposizionamento competitivo del territorio.