Un quadro di crescita... con avvertenze
Il rapporto ESET 2026 sul Cyber Readiness delle imprese italiane delinea un cambiamento significativo: le PMI stanno portando la sicurezza informatica dal perimetro tecnico al tavolo della governance aziendale. Su un campione di 500 imprese con un numero di endpoint compreso tra 25 e 1.000, lo studio registra segnali di maturazione, investimenti strutturati e una maggiore attenzione verso la continuità operativa e la tutela dei dati critici.
Nonostante questo, gli autori dello studio e alcuni interlocutori del settore mettono in guardia: la percezione di prontezza non sempre corrisponde alla realtà operativa, soprattutto quando si esce dall’ambito degli strumenti tecnologici e si entra nella gestione delle persone, dei processi e delle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale.
Percezione del rischio e dati principali
- Tre imprese su quattro ritengono probabile subire un attacco informatico nei prossimi dodici mesi, una quota superiore alla media mondiale riportata nello studio.
- Il confronto internazionale indica un dato di riferimento globale pari al 61%.
- Il campione analizzato copre realtà che vanno dalle PMI con pochi decine di endpoint fino a organizzazioni con mille dispositivi, offrendo una fotografia diversificata del tessuto produttivo nazionale.
| Voce | Valore |
|---|---|
| Dimensione del campione | 500 imprese |
| Endpoint per azienda | 25–1.000 |
| Probabilità percepita di attacco (Italia) | ~75% |
| Media globale | 61% |
Competenze, governance e l’incognita AI
Fra i nodi critici emergenti c’è la carenza di competenze specialistiche e la difficoltà a integrare la sicurezza nelle decisioni manageriali: la cyber‑security non è più un costo da delegare al reparto IT, ma una componente della strategia aziendale. Viene segnalata anche una difficoltà concreta nella gestione dell’intelligenza artificiale, che introduce modelli e superfici di rischio nuovi, non sempre compresi appieno dalle organizzazioni.
“Il punto chiave è fare sicurezza oltre l’aspetto tecnologico e la compliance normativa. Le Pmi italiane sono generalmente convinte di essere protette ma in molti casi in realtà non lo sono, e dimenticano che tutti i cyber criminali sanno perfettamente identificare qualsiasi obiettivo sensibile”
La frase, pronunciata da un manager di ESET e riportata nello studio, sintetizza il monito: fidarsi delle dichiarazioni di conformità non basta se non si traducono in processi robusti, formazione continua e verifica delle difese in condizioni realistiche.
Conseguenze pratiche per imprese e mercato
Le implicazioni sono concrete e immediate. Per le PMI italiane significa dover programmare investimenti non solo in strumenti, ma anche in formazione del personale, esercitazioni di risposta agli incidenti e revisione delle politiche di gestione dei dati. Per il mercato della sicurezza informatica indica opportunità di servizio e consulenza che vanno oltre la vendita di prodotti: governance, audit, risk assessment e supporto operativo diventano centrali.
Infine, sul versante normativo e assicurativo, una percezione di rischio elevata ma una preparazione disomogenea può tradursi in aumento dei premi assicurativi, vincoli per l’accesso a bandi e forniture, e una maggiore attenzione da parte di clienti e partner commerciali verso la resilienza digitale dei fornitori.
Che cosa fare: priorità operative
- Integrare la sicurezza nella governance aziendale con ruoli e responsabilità chiari.
- Investire in formazione continua e simulazioni di attacco per testare i processi.
- Valutare l’impatto dell’AI sulle procedure operative e definire controlli specifici.
La fotografia scattata dal Cyber Readiness Index 2026 mostra imprese più attente e investitrici rispetto al passato, ma l’invito è netto: trasformare la consapevolezza in azioni concrete, misurabili e ripetibili. Solo così la percezione di resilienza potrà diventare capacità effettiva di difesa.