Strasburgo: indagini considerate inefficaci
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per le indagini ritenute insufficienti sul ferimento grave del tifoso marchigiano Gianluca Fanesi, avvenuto al termine della partita Vicenza-Sambenedettese il 5 novembre 2017. La decisione impone allo Stato il pagamento di un risarcimento pari a 150.000 euro.
Secondo la Corte, le autorità italiane non avrebbero svolto accertamenti completi e non avrebbero sfruttato tutti gli elementi disponibili per chiarire le circostanze del trauma cranico che ridusse Fanesi in fin di vita. In particolare, Strasburgo ha rilevato la mancata acquisizione e il mancato sequestro dei manganelli in uso agli agenti e l’assenza di identificazione del poliziotto che avrebbe inferto il colpo decisivo.
Richiesta di riapertura e conseguenze locali
La famiglia di Fanesi, accolta favorevolmente dalla pronuncia della Corte, ha annunciato l’intenzione di chiedere la riapertura delle indagini. Il fratello Max, insieme all’avvocato Fabio Anselmo, si dice pronto a proseguire per ottenere ulteriori accertamenti e individuare responsabilità rimaste finora aperte.
- Ricadute processuali: la sentenza può spingere la Procura a rivalutare atti e prove già raccolti.
- Impatto sulla pubblica opinione: la vicenda riapre il dibattito su strumenti di identificazione in servizio (codici identificativi, bodycam).
- Valenza simbolica: la pronuncia di Strasburgo sottolinea l’obbligo di procedure investigative efficaci in casi di uso della forza.
Numeri e richieste economiche
| Voce | Importo |
|---|---|
| Risarcimento riconosciuto dalla Corte | 150.000 € |
| Richiesta iniziale della famiglia | 748.000 € (tra danno morale e spese legali) |
La cifra riconosciuta da Strasburgo non corrisponde all’importo richiesto dalla famiglia, ma la decisione rappresenta comunque un pronunciamento formale sulla qualità delle indagini svolte in Italia.
Questioni aperte e riflessi sull’ordine pubblico
La sentenza riaccende sul piano locale questioni già emerse più volte: la necessità di identificare in modo certo gli operatori impiegati nei servizi di ordine pubblico e l’utilizzo di strumenti tecnici che possano garantire trasparenza e ricostruzioni oggettive dei fatti. Gli avvocati della famiglia hanno sottolineato che codici identificativi e bodycam avrebbero potuto evitare anni di incertezza e facilitare le indagini.
Per la cittadinanza di Vicenza la vicenda rappresenta una ferita ancora aperta: oltre all’aspetto processuale e risarcitorio, il caso richiama l’attenzione sulle procedure operative delle forze dell’ordine nelle grandi manifestazioni sportive e sugli strumenti di tutela dei diritti fondamentali.
Resta ora da vedere se la Procura locale accoglierà la richiesta di riapertura avanzata dalla famiglia e quali sviluppi investigativi o procedurali potranno seguire alla pronuncia di Strasburgo.