Una novità che cambia il passo dell’orale
All’esame di Maturità di quest’anno, l’autopresentazione iniziale dello studente ha dato un’impronta diversa ai colloqui. È un’apertura che non sostituisce il merito, ma aiuta a collocarlo dentro un percorso. La testimonianza della dirigente scolastica Simona Favari, presidente di commissione, sintetizza bene l’effetto: un varco, all’inizio dell’esame, in cui i candidati hanno potuto raccontare il proprio cammino scolastico e umano, prima di entrare nel merito delle discipline.
«Per qualche minuto, prima di tornare a interrogare e valutare, la scuola ha ascoltato»
Il suo intervento, circolato ampiamente sui social, è diventato il punto di partenza di un confronto che riguarda tutto il sistema: come si bilancia l’attenzione alla persona con l’esigenza di valutazioni eque e rigorose? E in che modo l’autopresentazione può sostenere la qualità del colloquio senza trasformarlo in un racconto emotivo fine a sé stesso?
Cosa è emerso nei colloqui
L’esperienza di commissione raccontata da Favari mette in luce alcuni tratti ricorrenti tra i candidati. La novità ha permesso di «guardare oltre voti e programmi», senza scivolare nella retorica: molti studenti hanno portato all’attenzione del tavolo d’esame esperienze personali che hanno inciso sul percorso, dalla gestione di lutti e difficoltà familiari ai percorsi migratori. Non si tratta di attenuanti, ma di contesto, utile a interpretare risultati e traiettorie.
- Sincerità e autenticità: secondo la dirigente, gli interventi non sono apparsi costruiti per compiacere, ma centrati su ciò che la scuola ha rappresentato davvero.
- Accoglienza delle differenze: una generazione che manifesta minori pregiudizi e maggiore naturalezza nel riconoscere le diversità.
- Ricerca di senso: bisogno diffuso di attribuire significato al proprio percorso e alle scelte future.
Accanto ai tratti di forza, emergono criticità note: non sempre il sistema scolastico riesce a vedere le ferite che gli studenti portano con sé. La finestra di autopresentazione, in questo quadro, agisce come uno strumento che può aiutare a far emergere bisogni e risorse, purché resti incardinata in criteri e griglie trasparenti.
Valutazione e racconto: due piani da integrare
La dirigente sottolinea che la cornice valutativa non viene meno. L’autopresentazione, infatti, non altera le prove orali né i riferimenti normativi: offre piuttosto una premessa narrativa entro cui collocare le evidenze disciplinari. Lo chiarisce in un passaggio chiave:
«Non si tratta di sostituire il rigore della valutazione con l’emozione, ma di collocare la valutazione dentro una storia»
La distinzione è sostanziale: l’esame resta un accertamento di conoscenze, competenze e argomentazione; il momento iniziale orienta il dialogo e consente di cogliere la coerenza del profilo del candidato, dalla scelta dell’indirizzo alle esperienze significative, fino alle prospettive post-diploma.
L’impatto sul clima d’aula
Un secondo effetto osservato riguarda il clima del colloquio: introdurre la propria storia con parole proprie abbassa le barriere, riduce l’automatismo delle domande e avvia un’interlocuzione più mirata. Questo può giovare sia agli studenti più emotivi sia alle commissioni, che dispongono di una mappa di partenza per calibrare gli approfondimenti.
La dimensione relazionale non è un vezzo: incide sull’equità quando consente di distinguere insicurezza da impreparazione, o di valorizzare competenze acquisite in contesti non formali, sempre all’interno del perimetro tracciato dall’esame.
Dati locali, riflessi nazionali
La riflessione di Favari nasce da un contesto territoriale, ma si proietta sul piano nazionale perché riguarda una modalità comune a tutte le commissioni. Nel suo territorio, i colloqui hanno coinvolto un numero significativo di studenti e tavoli d’esame.
| Ambito | Valore |
|---|---|
| Maturandi coinvolti (territorio di riferimento) | 2.299 |
| Commissioni d’esame | 56 |
Questi numeri, circoscritti al caso citato, aiutano a immaginare la scala dell’esperienza nel Paese: migliaia di colloqui aperti da un minuto di racconto personale, prima dell’accertamento disciplinare. Un cambio di ritmo che, se ben governato, può rendere la valutazione più pertinente e meno standardizzata.
Cosa possono aspettarsi studenti e famiglie
Per i candidati dei prossimi anni, l’indicazione di metodo è chiara: preparare l’autopresentazione come parte integrante dell’orale. Non è un elaborato creativo né una confessione; è una sintesi consapevole di tappe, scelte e apprendimenti che orienta il dialogo successivo. Per le famiglie, significa sostenere i ragazzi nell’organizzare idee e priorità, senza sovraccaricare di aspettative emotive un momento che resta, a tutti gli effetti, esame.
Resta il punto più rilevante, che la dirigente affida a una riflessione conclusiva: la scuola non sempre riesce a intercettare ciò che gli studenti vivono. Ma quella breve pausa iniziale ha mostrato che, quando si apre lo spazio dell’ascolto, emergono elementi utili anche alla valutazione. L’equilibrio, come sempre, sta nel tenere insieme persona e prova, racconto e criteri, senza confondere i piani.