Contesto e proposta italiana
Martedì i ministri dell’Interno dell’Unione europea si riuniranno in via straordinaria dopo i fatti di Ceuta, con una divisione netta tra due posizioni: da un lato un gruppo di 22 Paesi guidati da Italia e Danimarca che chiede misure più restrittive ai confini interni; dall’altro la Spagna, guidata da Pedro Sánchez, che insiste sulla responsabilità collettiva per la difesa dei confini esterni. In questo quadro Roma presenterà al Consiglio una proposta per estendere a livello europeo il cosiddetto “modello Albania”: la creazione di hub per il rimpatrio in paesi terzi ritenuti sicuri, finanziati con fondi comunitari.
La lista preliminare di paesi indicata dall’Italia comprende Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia. Tra le opzioni che appaiono più concrete, secondo fonti di Palazzo, figurano Uganda e Montenegro, anche se rimane aperto il nodo delle risorse finanziarie e della fattibilità operativa.
Perché la proposta interessa l’Italia
L’iniziativa italiana nasce dall’urgenza di trovare soluzioni pratiche al rapido riaccendersi dell’emergenza migratoria e alla pressione sulle frontiere meridionali dell’Europa. Il piano punta anche a sfruttare strumenti economici come il regime GSP+ — operativo dal 1° gennaio 2027 — che lega vantaggi tariffari alla cooperazione dei paesi in via di sviluppo nella riammissione dei propri cittadini irregolari.
- Obiettivo pratico: creare centri esterni per accelerare i rimpatri.
- Strumento economico: usare incentivi commerciali (GSP+) per ottenere riammissioni.
- Dimensione politica: cercare una risposta europea «coordinata, rapida ed efficace», come richiesta nella lettera dei 22 Stati.
Lo stato dei centri e i vincoli giuridici
Un elemento già sul tavolo italiano è il centro di Gjader, in Albania: il progetto iniziale prevedeva fino a 36.000 transiti annui e 880 posti per richiedenti asilo, ma da aprile il centro funziona prevalentemente come Centro di permanenza per il rimpatrio e ha registrato transiti assai inferiori alle attese, con poche centinaia di persone trattenute e diversi trattenimenti non convalidati dai giudici.
| Elemento | Stato |
|---|---|
| Gjader (Albania) | Funziona come centro di rimpatrio; volumi molto inferiori al progetto |
| Paesi preliminari per hub | Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro, Etiopia |
Le obiezioni e il confronto Ue
La lettera firmata dai 22 Paesi segnala preoccupazione per la regolarizzazione decisa dalla Spagna — circa 500.000 persone secondo quanto riportato — che viene indicata come possibile «fattore di attrazione» per migrazioni irregolari. Madrid, tuttavia, ribadisce che la protezione dei confini esterni è una responsabilità comune e che soluzioni unilaterali rischiano di sfilacciare il principio di solidarietà tra Stati membri.
Il confronto sarà in ogni caso serrato: da un lato la richiesta di controlli interni temporanei e strumenti come gli hub; dall’altro la difesa delle regole Schengen e la necessità di non trasferire unilateralmente oneri e responsabilità su paesi terzi senza garanzie procedurali e di tutela dei diritti.
Scenari e poste in gioco per l’Italia
Per Roma la posta è duplice: ottenere strumenti concreti per ridurre i flussi irregolari e insieme garantire che gli obblighi europei in materia di asilo e diritti fondamentali non vengano sacrificati. La trattativa dovrà affrontare aspetti pratici (finanziamenti, accordi bilaterali con i paesi terzi, garanzie legali) e politici (consenso europeo e reazioni di partner come la Spagna).
Il risultato del Consiglio straordinario avrà ripercussioni immediate sulla gestione dei flussi nel Mediterraneo e sul quadro delle relazioni interne all’Ue, con impatti anche sulle politiche migratorie nazionali e sulle scelte italiane nei prossimi mesi.