Decisione del giudice: malattie della schiena legate al lavoro in porto
Il tribunale di La Spezia ha stabilito che le patologie cervicali e lombari di un ex operatore portuale trovano origine nelle mansioni svolte per anni all'interno dell'area portuale. Di conseguenza, dopo un primo diniego da parte dell'Inail, il lavoratore otterrà una rendita.
La vicenda riguarda un uomo che ha iniziato a lavorare al porto spezzino nel 1990, impiegato da due diverse società in ruoli che richiedevano sforzi fisici ripetuti. Tra le mansioni c'era quella del "rizzatore", incaricato di maneggiare aste metalliche per fissare i container, e quella del "checker", con la necessità di salire su scalette metalliche per controllare i dati dei carichi in arrivo.
I documenti raccolti in udienza descrivono operazioni ripetute e posizioni scomode: alcune aste raggiungevano i 4-5 metri e pesavano fino a 15-20 kg, mentre in certi turni, secondo la testimonianza di un collega, si poteva salire e scendere dalle scalette anche oltre 100 volte. Nel tempo il lavoratore ha subito interventi chirurgici per le problematiche alla colonna.
«L’Inail dovrà pagare la pensione»
La sentenza è arrivata dopo che il tribunale ha confrontato le risultanze cliniche con le dichiarazioni rese da tre colleghi e con la documentazione aziendale. Il giudice del lavoro, Giampiero Pani, ha ritenuto che la prova testimoniale, integrata dalla consulenza medica disposta dall'autorità giudiziaria, fosse sufficiente per stabilire il nesso causale tra le attività svolte e le lesioni evidenziate.
Conseguenze pratiche per il lavoratore e ricadute locali
Per l'interessato la pronuncia comporta l'attivazione della rendita Inail riconosciuta per malattie da lavoro, con effetti economici e assistenziali concreti sulla sua situazione. Sul piano più generale, la decisione può fare da riferimento per altri operatori portuali che lamentano disturbi muscoloscheletrici dopo anni di attività manuale nei piazzali e sulle banchine.
- Riconoscimento del nesso tra attività portuali e patologie vertebrali;
- Importanza della testimonianza dei colleghi e della documentazione clinica nel processo;
- Implicazioni per eventuali altre pratiche analoghe verso l'Inail.
La sentenza mette in risalto come, anche in assenza di una prova documentale iniziale ritenuta sufficiente dall'ente previdenziale, la valutazione complessiva dei dati clinici e delle deposizioni possa ribaltare un rigetto amministrativo. Per i lavoratori portuali della provincia si tratta di un precedente che evidenzia quanto rilevante sia conservare tracciabilità delle mansioni svolte e segnalare tempestivamente problemi di salute riconducibili al lavoro.
| Elemento | Dato |
|---|---|
| Anno inizio attività | 1990 |
| Ruoli svolti | Rizzatore, checker |
| Caratteristiche del lavoro | Aste fino a 4-5 m, peso 15-20 kg, salite ripetute |
| Esito Inail | Richiesta inizialmente respinta |
| Decisione giudice | Riconoscimento dell'origine professionale e rendita |
Restano possibili ricadute amministrative e legali: l'Inail potrà valutare i criteri adottati per i rigetti analoghi, mentre altri ex operatori potrebbero rivalutare la presentazione di domande alla luce della motivazione giurisdizionale. Sul piano locale, il caso richiama l'attenzione sulle condizioni di lavoro nelle attività di movimentazione e sulla necessità di prevenzione e sorveglianza sanitaria continuativa.
La pronuncia del tribunale arriva in un contesto in cui il porto di La Spezia rimane una componente importante dell'economia provinciale; la tutela della salute degli addetti alle attività operative rimane pertanto un tema di interesse collettivo sia per la sicurezza sul lavoro sia per le conseguenze sociali ed economiche derivanti da malattie professionali.