Cura e controllo: un confine da non oltrepassare
Un’ampia coalizione di organizzazioni scientifiche, Ong sanitarie e associazioni per i diritti umani ha lanciato un appello pubblico contro le procedure di screening sanitario introdotte dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e recepite in Italia anche tramite il Decreto-Legge n. 100/2026. Al centro della denuncia c’è il rischio concreto che l’atto medico venga piegato a funzioni di controllo delle frontiere, con un impatto diretto su consenso informato, deontologia e diritti fondamentali delle persone in arrivo.
L’entrata in vigore del Patto, avvenuta il 12 giugno 2026 in tutta l’Unione, coincide in Italia con l’adozione di misure nazionali che, secondo i promotori dell’appello, ridefiniscono profondamente le fasi di accoglienza e valutazione sanitaria dei richiedenti asilo. Nello stesso giorno è divenuto efficace il DL 100/2026, che prevede – tra l’altro – il confinamento coattivo dei richiedenti «in luoghi specifici» alla frontiera. Pochi giorni prima, una circolare del Ministero dell’Interno (9 giugno 2026) ha sollecitato i territori a predisporre protocolli operativi per attuare il Regolamento (UE) Screening 2024/1356.
Le criticità sollevate: deontologia e vulnerabilità in primo piano
Secondo i firmatari, lo screening sanitario dovrebbe essere finalizzato a identificare tempestivamente bisogni di salute e condizioni di vulnerabilità. Queste finalità, tuttavia, verrebbero compromesse se le attività cliniche venissero integrate – di fatto – con le funzioni di controllo migratorio e di pubblica sicurezza. In particolare, le preoccupazioni riguardano:
- Il rischio di obbligatorietà dello screening e di procedure accelerate di frontiera che confondano presa in carico sanitaria e gestione amministrativa;
- La possibilità che operatori e operatrici diventino facilitatori burocratici di meccanismi di trattenimento nei «luoghi specifici» o di espulsione immediata;
- Lo stravolgimento del consenso informato e il possibile contrasto con Codice Deontologico e standard internazionali di diritti umani.
Le nuove disposizioni rischiano di trasformare il personale sanitario in «ingranaggi del sistema di trattenimento ed espulsione».
Per i promotori, mantenere una separazione netta tra pratica clinica e funzioni di controllo è condizione necessaria per salvaguardare l’alleanza terapeutica, garantire la riservatezza e permettere l’accesso alle cure senza timori di ricadute amministrative.
Il contesto normativo: le tappe chiave
Le nuove procedure prendono forma lungo una sequenza di provvedimenti europei e nazionali. Dalle informazioni disponibili nella nota delle organizzazioni, la timeline è la seguente:
| Data | Atto/Passaggio |
|---|---|
| 9 giugno 2026 | Circolare del Ministero dell’Interno ai territori per definire protocolli operativi di attuazione del Reg. (UE) Screening 2024/1356 |
| 12 giugno 2026 | Entrata in vigore del Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo in tutti gli Stati membri |
| 12 giugno 2026 | Entrata in vigore in Italia del Decreto-Legge n. 100/2026 con misure sul confinamento dei richiedenti asilo alla frontiera |
Implicazioni per il Servizio sanitario e per i diritti
Le organizzazioni sostengono che un’eventuale sovrapposizione tra ambito sanitario e sicurezza pubblica possa generare barriere all’accesso, disincentivare la domanda di cura e indebolire le garanzie deontologiche per chi opera nei servizi. In particolare, nei regimi di trattenimento e nelle procedure di frontiera accelerate, il rischio è che l’atto clinico perda autonomia e neutralità, con conseguenze sulla qualità dell’informazione sanitaria e sul consenso informato.
La coalizione rivolge un appello «urgente e responsabile» a tutte le professioni sanitarie, agli Ordini professionali e alla società civile: la tutela della salute, ricordano, richiede condizioni di fiducia, indipendenza e assenza di coercizione. L’obiettivo, affermano, resta quello di intercettare precocemente fragilità cliniche e sociali, a patto che la presa in carico resti distinta da finalità di controllo migratorio.
Cosa chiedono i promotori
Nel merito, la richiesta centrale è chiara: preservare la separazione funzionale tra cura e controllo. Solo così, sostengono, lo screening potrà assolvere alla propria missione sanitaria, soprattutto nelle fasi iniziali dell’arrivo, quando vulnerabilità e bisogni urgenti richiedono valutazioni accurate, comunicazione trasparente e consenso realmente informato.
La discussione, osservano i firmatari, riguarda non solo la conformità alle norme, ma anche la coerenza con i principi fondativi delle professioni sanitarie. Una materia, dunque, che tocca il cuore del patto tra paziente e curante e chiama in causa il ruolo delle istituzioni nel garantire processi responsabili, trasparenti e orientati al bene delle persone.
Prossimi passi: confronto e responsabilità
La nota delle organizzazioni segnala l’assenza, finora, di un adeguato dibattito pubblico sul tema. La richiesta è avviare un confronto informato con istituzioni, professionisti e società civile, per verificare la compatibilità delle nuove pratiche con deontologia, diritti umani e finalità di salute pubblica. Restano dirimenti tre snodi: autonomia dell’atto clinico, consenso informato non condizionato, e accesso equo alla cura per chi arriva alle frontiere dell’Unione.